Claudia Lodesani, la mia vita da medico cooperante

“Quello che è successo in Afghanistan, oltre ad essere un’immane tragedia, è un fatto gravissimo. Un attacco del genere da parte della NATO cambia lo scenario d’intervento in campo internazionale. Sono venute a mancare le basi della Convenzione di Ginevra e di tutto ciò che concerne il diritto alla salute, alla cura e alla presa in carico. Tutto questo, però, non inciderà sulle nostre missioni e sui nostri progetti: l’organizzazione andrà avanti con il suo operato”. Si è conclusa così, pochi giorni fa, la mia telefonata a Claudia Lodesani, medico italiano del progetto MSF (Medici Senza Frontiere).

 

Avevo sentito Claudia per la prima volta pochi giorni dopo che l’avvocato Paola Ottaviano ci aveva segnalato la sua storia. Entusiasta nel conoscere finalmente le dinamiche organizzative e personali che spingono un medico a intraprendere un percorso di assistenza sanitaria in campo internazionale, spesso in zone belliche o a forte rischio epidemico, l’avevo contattata via Skype per fare una chiacchierata. Poi, però, i tragici avvenimenti in Medio Oriente hanno stravolto la sicurezza e la tranquillità che la stessa Claudia mi aveva raccontato parlando delle missioni a cui aveva preso parte. Prima l’attacco NATO all’ospedale afghano di Kunduz, dove hanno perso la vita più di 20 persone, poi l’ostracismo ucraino a Donetsk, dove l’organizzazione è stata allontanata con l’accusa di fare spionaggio. In mezzo una serie di attacchi a 12 ospedali siriani, 6 dei quali sotto il controllo remoto di MSF.

 

Una situazione a forte rischio, che però non spaventa gli operatori con una lunga esperienza come Claudia, abituati a intervenire in parti di mondo caratterizzate da forti criticità. Questa la nostra intervista.

 

Claudia, com’è nata la tua esperienza di medico internazionale?

“Il mio percorso è stato un po’ anomalo: al liceo volevo impegnarmi a livello umanitario, così ho studiato medicina e mi sono specializzata in malattie infettive. Volevo andare in Africa. In realtà non mi sono mai posta troppe domande su cosa fare in Italia. Ho fatto l’ultimo anno di specializzazione in Belgio, dove sono entrata in contatto con diverse ONG. Il reclutatore di Medici Senza Frontiere era italiano e per casualità sono partita con loro”.

 

Cosa spinge un medico a lavorare fuori dal proprio Paese?

“In Italia ci sono tanti medici e ci saranno sempre. In Africa, per esempio, è il contrario: non ce n’è mai abbastanza. A livello di utilità ti senti più valorizzato in Africa, dove c’è più bisogno di figure professionali in ambito sanitario. E’ sempre un problema di bisogni e di risposte: qui hai una risposta adeguata, là no. Oggi, probabilmente, se dovessi lavorare in un ospedale italiano mi sentirei fuori luogo. Sul campo la medicina è diversa, più semplice (o più difficile, dipende dai punti di vista): hai malattie molto diverse, ma pochi strumenti e pochi farmaci. Il tutto è partito come un sogno: poter essere utile, scoprire culture e persone nuove, viaggiare. Poi sono rimasta incastrata in questo circolo vizioso. Sarà il mal d’Africa (ride, ndr)”.

 

Come si prende parte a una missione?

“Dipende. La prima missione di solito si sceglie in base al percorso che hai fatto. Io ho fatto 6 mesi in Belgio, dove sono entrata in contatto con l’organizzazione. C’è chi manda un semplice curriculum e sceglie in base alle risposte. Poi, ovviamente, ogni missione è diversa: c’è quella che richiede più esperienza e quella che ne richiede meno. Una volta candidata, le proposte arrivano e devi decidere tu dove andare, dove pensi di essere più utile. Ti puoi sbagliare. Per esempio, l’ultima missione che ho fatto, quella in Guinea, è stata un disastro. L’organizzazione aveva 5 sezioni operative, di cui una che non aveva mai fatto ebola. Hanno voluto rendere operativa anche quella e ci hanno chiesto di dare una mano. Eravamo impreparati, e lo sapevo, ma ho accettato lo stesso. E’ stata un flop. Col senno di poi quella missione non si sarebbe dovuta fare. Con l’esperienza riesci a capire meglio quali missioni fanno per te e quali no”.

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Qual è il primo pensiero che ti passa per la testa ogni volta che accetti una nuova missione?

“E’ sempre come se fosse la prima volta. Ti chiedi come sarà. La cosa più emozionante, secondo me, è il viaggio. La frenesia dei giorni prima della partenza ti distrae, ma sull’aereo, quando ti rilassi, cominci a realizzare e a pensare a quello che sarà. E’ sempre emozionante. Io, poi, ho fatto sempre Paesi diversi e ogni volta mi chiedo come sarà, che gente incontrerò, come sarà la loro cultura. E’ come mettersi in discussione di continuo. Per me è molto bello. Ogni Paese ha sempre cose belle o cose brutte da darti, ma soprattutto cose nuove, che non riesci a immaginarti prima. A livello umano è sempre più quello che prendi di quello che dai”.

 

A quali missioni hai preso parte?

“Sono stata in Marocco, dove ho lavorato a un progetto sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili tra le prostitute di Casablanca. Mi sono occupata di immigrazione a Melilla, la città spagnola sulla costa orientale del Marocco. Poi Burundi, Ruanda, Niger, Sud Sudan, Haiti (prima del terremoto), Stati Uniti, Yemen, Repubblica Centrafricana e tanti altri”.

 

Ti ricordi uno dei momenti più emozionanti di queste missioni?

“In tutte le missioni ci sono momenti in cui ti rendi conto del perché sei lì. Non puoi ricordarti tutti i pazienti, ma capita che uno o due ti restino nel cuore. Non ti porti via molto, giusto uno sguardo o una parola. E’ una cosa irrazionale. In Yemen è stata una delle missioni più difficili, a causa della condizione della donna. Eravamo in un centro di maternità, dove le mogli, per venire a fare i controlli, dovevano avere il permesso dal marito. Dopo un anno di lavoro siamo riuscite a conquistarci un po’ di fiducia e le donne hanno cominciato a frequentare il centro. Anche gli uomini ci hanno dato fiducia. Le dinamiche di quelle società complicano i rapporti con persone di un’altra cultura. Vedere donne venire a partorire in ospedale è stato molto bello”.

 

Un momento, invece, di sconforto?

“In Repubblica Centrafricana avevamo un ospedale pubblico dove non c’era personale. Quindi MSF faceva di tutto: dalla pediatria alla chirurgia, anche la maternità. Eravamo situati sulla strada per andare in Ciad. Quando c’è stato il colpo di stato, i cristiani hanno mandato via i musulmani (fino a quel momento non c’era stato alcun problema di natura religiosa). Dall’ospedale, impauriti, a un certo punto sono scappati tutti verso il Ciad. Era impossibile trattenerli: li vedevi andare via con braccia ingessate o apparecchi esterni. Nonostante cercassimo di tranquillizzarli, loro scappavano. Avevano troppa paura. E’ stato frustrante”.

 

Hai mai rischiato la vita?

“Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in Paesi che riconoscono la neutralità della nostra organizzazione. MSF insiste tantissimo su questo: se costruisce un ospedale per una fazione, lo fa anche per l’altra. Io mi sono sempre sentita tutelata da questa neutralità”.