Andrea Zorzi, la vita presenta sempre nuovi muri da superare

La vita è fatta di muri da abbattere, siano essi in un campo di pallavolo o nel nostro quotidiano. Andrea Zorzi ha saputo spesso superare i suoi limiti, rimanendo al contempo sempre fedele a se stesso e alle sue passioni. Membro di spicco della generazione di fenomeni che ha consacrato la pallavolo italiana a livello mondiale, ha dimostrato di poter lasciare un segno altrettanto forte anche su altri terreni di sfida spesso diversi tra loro, come uno studio televisivo o un palcoscenico teatrale.

Zorzi00

E’ più difficile schiacciare un pallone oltre una rete o un pregiudizio? Le maschere che indossiamo dentro e fuori dal nostro ambito lavorativo ci permettono di mostrare chi siamo realmente? Io e Andrea ne abbiamo parlato in occasione del nostro incontro, avvenuto in un sabato mattina milanese soleggiato e ancora estivo.

 

La pallavolo italiana ci ha abituato a vederla stabilmente ai vertici, ma nell’ultimo Mondiale ha deluso. Casualità o problema generazionale?

“Il Mondiale in Polonia è stato certamente un fallimento, da inserire però in un contesto più articolato. Negli ultimi anni la nazionale di Berruto, pur ottenendo ottimi risultati come, fra gli altri, un bronzo olimpico, non è mai riuscita a sfruttare fino in fondo le potenzialità, soprattutto fisiche, di cui sarebbe stata dotata. Paradossalmente, ritengo che ci sia stato un eccessivo entusiasmo nei confronti di questo bronzo, festeggiato come se fosse il massimo risultato raggiungibile; questo ha forse incrinato i rapporti all’interno della squadra, facendo venire meno la consapevolezza del proprio livello reale e, di rimando, la fiducia reciproca. Non è facile essere messi sempre a confronto con una generazione che ha vinto tanto come la mia, ma penso che nonostante tutto ci sia una buona base da cui ripartire, un buon ricambio generazionale c’è stato”.

Zorzi01

La pallavolo è cambiata molto rispetto a vent’anni fa?

“Sì, decisamente. Innanzitutto sono cambiate molte regole, in particolare nel sistema di punteggio, passato dal cambio-palla al Rally point system; inoltre è stato inserito un nuovo ruolo, il libero, che tecnicamente ha fatto una grande differenza. Anche l’aspetto fisico, come in tutti gli sport, è diventato più importante, il che ha uniformato abbastanza gli stili di gioco, ora meno differenziati da nazione a nazione rispetto a vent’anni fa”.

 

Nella tua carriera hai vinto tantissimo, a tutte le latitudini. C’è un successo a cui sei particolarmente legato?

“Mi vengono in mente due emozioni fortissime, ovvero l’Europeo del 1989 e il Mondiale dell’anno successivo. Queste sono in assoluto le vittorie più belle della mia carriera poiché, non essendo preventivate, hanno segnato il vero momento di svolta della mia vita e del movimento pallavolistico italiano. D’altro canto un ricordo in me sempre vivo è quello legato alla delusione olimpica del 1996, quando non riuscimmo a vincere quell’unico oro che mancava a quella squadra formidabile; quella medaglia d’argento ha però anche il suo rovescio positivo, perché ci ha permesso di comprendere davvero il grande affetto che la gente nutriva verso di noi. Notavo grande dispiacere e forte empatia da parte degli appassionati, e raramente si ravvisano sentimenti simili nei confronti di una squadra che ha perso. Probabilmente quell’olimpiade ci ha reso una squadra più umana, certo riconosciuta ancora come forte e vincente, ma fallibile, e quindi più vera. La sconfitta è affascinante perché ti mette di fronte alle responsabilità, ti fa capire che la vita consiste nel saper ripartire anche quando sei molto dispiaciuto, e per questo provoca un’emozione molto più intensa della gioia figlia della vittoria”.

 

Chiusa la carriera ti sei mantenuto in ottima forma, segnalandoti come MVP al Campionato Europeo Veterans nel 2007: ricordi particolari?

“Molti, naturalmente. Ho smesso di giocare giovane, a 33 anni, e per 7 anni non ho più toccato un pallone. Ho poi scoperto che queste sono decisioni molto comuni fra gli sportivi, a volte perché si è veramente stanchi, altre perché non vedendosi più in grado di replicare le prestazioni di prima si preferisce staccare completamente. Di fronte all’invito a partecipare a questa manifestazione io e i miei ex-compagni non sapevamo che fare, temevamo di non riconoscerci più in noi stessi, invece poi abbiamo deciso di accettare la sfida e abbiamo giocato una bellissima pallavolo, vincendo abbastanza facilmente e dimostrando in qualche modo che lo stile di vita italiano è invidiabile dal punto di vista fisico, in quanto ci siamo presentati molto più in forma dei nostri avversari stranieri. E’ stata quindi una grandissima esperienza tornare in campo vent’anni dopo con le stesse persone che schiacciavano un po’ meno forte, saltavano un po’ meno in alto, ma che parlavano un linguaggio imparato assieme. C’è poi un fatto specifico che mi piace ricordare: il campionato del 2007 è stato l’unica occasione in cui mio figlio Numa mi ha visto giocare a pallavolo, essendo nato quando ho smesso di giocare. Giocare sotto il suo sguardo è stata un’emozione nuova e meravigliosa”.

Zorzi02

Dopo la pallavolo hai saputo reinventarti in molti ambiti, in tv sei finito addirittura a parlare di calcio. E’ stato difficile farsi accettare?

“Difficile fino a un certo punto. Io ho iniziato a collaborare con Sky già nel 2000, seguendo la pallavolo, e in quegli anni mi è stata data la possibilità di lavorare con uno strumento che permette di registrare molto velocemente le immagini con varie telecamere per poi poterci disegnare sopra e spiegare cosa è accaduto. Nel 2012, durante le Olimpiadi di Londra, mi è stato chiesto di usare questa mia competenza anche nelle altre discipline sportive, per poi fare domande agli esperti dei vari ambiti, e anch’io ero molto curioso di apprendere sfumature che non conoscevo. Partendo da qui ho portato questo tipo di approccio anche nel mondo del calcio, che è certamente un mondo autoreferenziale, trattandosi dello sport nazionale per eccellenza, ma all’interno del quale, fortunatamente, non ho incontrato una particolare resistenza”.

 

Pallavolo e calcio sono due mondi separati o si possono trovare delle affinità?

“Ci sono punti di contatto come il piacere di vedere la partita e l’agonismo, ciò che fa la differenza è l’interesse spasmodico che c’è nei confronti del calcio. Gli appassionati di altri sport non sono prima di tutto tifosi, mentre nel calcio non interessa se fai un commento su un gesto tecnico, bensì a quale squadra questo è riferito. Hai quindi a che fare con un pubblico sempre molto critico, il che rende molto delicato il compito dei commentatori. Anche per gli stessi calciatori è molto difficile risultare accattivanti nelle interviste che di solito vengono loro fatte, e dal momento che tutti aspettano loro eventuali parole scomode spesso sono costretti a rimanere sul vago”.