Simona Atzori, ognuno di noi è speciale per quello che è

[FOTOINTERVISTA]
“Al di là dei sogni che potrei dirti, il sogno più grande che ho da sempre, è quello di continuare a essere come sono, non lasciare che le cose e gli eventi possano modificarmi e intaccare la mia consapevolezza. Il mio sogno è quello di rimanere la Simona che sognava da bambina di fare la danzatrice e la pittrice”.

Avrei potuto iniziare questo pezzo in molti modi, ho deciso però di cominciare con quelle che sono state le parole di Simona al termine della nostra chiacchierata. Nonostante questa possa sembrare una scelta inusuale per un’intervista, ho trovato in queste righe l’essenza di questa incredibile donna. Ognuno di noi è prezioso nella sua unicità, questo il messaggio che Simona Atzori, ballerina e pittrice nata senza braccia, porta in giro per l’Italia e per il mondo da molti anni. Lei, che usa i suoi piedi come fossero delle mani (e da buona italiana gesticola parecchio), è riuscita a realizzare i suoi sogni diventando una ballerina affermata e anche una pittrice.

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Su segnalazione di Giusy Versace, ho avuto la fortuna di incontrare Simona a Saronno, una cittadina in provincia di Milano. Seduti a un tavolo di un bar, le ho proposto nove fotografie che toccano rispettivamente alcuni aspetti della sua incredibile vita. Quello che segue è il frutto del nostro incontro, delle parole di Simona e della sua straordinaria storia che apre tutto un altro sguardo sulla disabilità e sulla vita.

 

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“I piedi sono le mie mani, fanno tutto quello che le altre mani fanno. A me piace raccontare che una volta una bimba di dieci anni mi ha detto: “Simona, non è vero che tu non hai le mani, hai le mani in basso”. Non solo mi caratterizzano, non solo mi permettono di esprimermi e di fare tutto quello che gli altri fanno con le “mani un po’ più in alto” (ride, ndr), ma sono la mia essenza. Ognuno di noi è speciale per quello che ha, noi invece spesso ci fermiamo a guardare quello che ci manca o che è diverso dagli altri, ma in realtà non ha senso perché ci porta in una strada che non conduce da nessuna parte. Il punto è saper focalizzarsi sulle proprie qualità. Questo è stato il punto di partenza, l’intuizione dei miei genitori che li ha portati, anziché a fermarsi a pensare che la loro bambina era nata senza braccia, a guardare nella culla questi piedi che non solo si muovevano da piedi ma anche da mani. Così è iniziato il mio percorso per capire quello che avrei potuto fare”.

 

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“Diciamo che questa foto la conosco molto bene. Intanto è la copertina del mio secondo libro: “Dopo di te”. Prima di essere la copertina del libro è soprattutto la foto di me e mia mamma. Qui ero piccolina, avevo dieci anni, ho anche una faccia da monella che più di così non si può. Mia mamma è meravigliosa. Abbiamo questi sorrisi che dicono tutto. Ogni volta che la guardo in profondità vedo sia la posizione in bilico di mia mamma, ma anche la mia sicurezza nello starle sopra e sapere che non saremmo cadute. Rappresenta esattamente il nostro rapporto. Lei era una donna piena di energia e vitalità. Il sorriso, che ci ha sempre accomunato, era la prima cosa che le persone hanno sempre visto in noi, un sorriso concreto, profondo, non di apparenza. Noi tutti pensiamo sempre che i nostri genitori siano un po’ magici, che sappiano sempre come aiutarci, invece crescendo scopriamo che non è questione di magia, ma è questione di amore, credere che insieme ce la si possa fare nonostante tutte le difficoltà“.

 

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“Fin da piccolina l’idea di danzare è stata il mio grande sogno, ed è un sogno che si è realizzato. Dico sempre che non si è realizzato per magia, nulla che partoriamo nelle nostre vite esce per magia, c’è lavoro, c’è fatica, però la passione aiuta tanto. Aiuta tanto anche quando non ci riesci, quando le persone ti dicono di no. Quando ho cominciato era impensabile che una bambina nata senza braccia potesse solamente pensare di danzare. Quando dicevo di voler fare la ballerina le persone mi dicevano: “Le ballerine hanno le braccia, non è possibile”. Il fatto che poi io sia riuscita a diventarlo è stato grazie all’unione di tanti fattori: sicuramente il fatto di avere un talento, ma soprattutto di non aver desistito quando sarebbe stato molto facile farlo. Io non ho mai voluto dimostrare niente, né che la danza fosse per tutti, né che non lo fosse. Ho semplicemente voluto dire: “Ci sono anch’io, c’è anche un altro modo per fare le cose. Non tutti dobbiamo seguire percorsi che sono già stati tracciati”.

 

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“Io le chiamo “le mie ali”: una è la danza, l’altra la pittura. Io credo che siano state queste due arti a scegliere me. Ho iniziato a dipingere a quattro anni. A volte penso che il pennello sia la continuazione di me, proprio perché mi permette di esprimermi in un altro modo rispetto alla danza, anche se ritengo che siano molto vicine. Vicine perché quello che non riesco a fermare con la danza, lo faccio con la pittura. Le emozioni che io provo danzando sono straordinarie e uniche, però ogni volta che finisce lo spettacolo non c’è nulla da toccare. Mi piace invece la concretezza della pittura, che ti permette di mettere su tela quelle emozioni che hai provato. Per questo motivo l’unione tra le due è così forte. Nella pittura uso tecniche diverse. Sono un po’ eclettica nella vita. Mi piacciono molto i ritratti, mi piace cogliere le espressioni del viso, sembra di entrare nell’anima delle persone. Ogni volta che dipingo qualcuno conosco delle cose che non mi potrà mai raccontare. Diventa una cosa molto intima ma non detta, ha un non so che di magico“.

 

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“Un puzzle…e manca un pezzo (ride, ndr). Questa è un po’ una deformazione di tutti noi nei confronti di tutto, non solo della disabilità. I primi a guardare le nostre mancanze siamo proprio noi stessi. Invece di pensare a quello che abbiamo, pensiamo a ciò che ci manca. Proviamo invece a partire da quello che c’è e vediamo cosa riusciamo a fare. Io credo che la missione, per usare una parolona, di tutti quanti noi nelle nostre vite, sia quella di amarci e volerci bene per quello che siamo. Una volta che scopriamo le nostre doti e riusciamo a volerci bene, tutto il resto diventa più facile. Riusciremmo così anche ad amare gli altri, se non si vuole bene a sé stessi è difficile riuscire ad amare qualcun altro. Ci sarà sempre qualcosa che cercheremo negli altri e che invece dobbiamo cercare in noi. Questo è il senso. La mia speranza è che qualcuno guardando la mia esperienza di vita possa dire: “Vado bene esattamente così come sono, con tutti i miei difetti e le mie difficoltà, e con questi ingredienti posso fare un sacco di ricette”.