Gina Bruno, un laboratorio per crescere insieme ai propri figli

Milano, quartiere Isola. Passeggiando per queste vie non si può non far caso ai tantissimi cambiamenti urbanistici e architettonici che hanno rivoluzionato la zona negli ultimi anni. Il Progetto Porta Nuova ha portato con sé consistenti novità: grattacieli, palazzi, giardini e “boschi verticali”.

Questo quartiere non ha però subito passivamente tutte le novità urbanistiche sostenute dalle amministrazioni comunali. Molti dei suoi abitanti, infatti, si sono attivati e uniti per dire la loro all’interno di questo spazio in evoluzione. Tra i tanti progetti che stanno prendendo vita, ho avuto la fortuna di incontrarne uno davvero particolare. Su segnalazione di Gabriele Del Grande, infatti, ho incontrato Gina Bruno, una delle madri fondatrici del “Laboratorio SopraSotto”, uno spazio organizzato dal basso, dall’azione di un gruppo di genitori, che si è posto l’ambizioso obiettivo di sperimentare un nuovo modo di educare i propri bambini, il tutto attraverso un modello partecipativo e comunitario. Ho avuto il piacere di incontrare Gina proprio all’interno del laboratorio, e, una volta tolte le scarpe, per poter accedere alla zona riservata ai bambini, è cominciata la nostra chiacchierata.

Bruno03

Come nasce il “Laboratorio SopraSotto”?

“Nasce da alcuni ostacoli. Come spesso accade quando ti trovi di fronte ad una crisi, o rimani dietro le difficoltà o cerchi delle risorse per attivarti. Quest’ultimo è stato il nostro caso. Nasce perché una delle mamme aveva il suo bambino che era rimasto fuori dalle graduatorie degli asili nido comunali. Ha quindi avuto l’idea di fare una call pubblica per capire quanti altri erano nelle stesse condizioni. A me arriva questo invito e iniziamo a incontrarci nel quartiere, in Piazza Archinto, al baretto dell’angolo. Ci incontriamo e riflettiamo per trovare una possibilità alternativa all’asilo nido comunale. Il nostro obiettivo era quello di dare vita a un progetto che ci somigliasse, che fosse vicino ai nostri ideali“.

 

Quando è iniziato tutto?

“Siamo partiti ufficialmente nell’ottobre 2013, anche se noi genitori avevamo cominciato a incontrarci già prima delle vacanze. All’inizio eravamo proprio alla ricerca di uno spazio. Poi un’amica, che è presidentessa dell’associazione Medionauta, che raccoglie le esperienze di giovani artisti che hanno a che fare con la multimedialità, ci dice: ”Ma perché non provate a usare questo spazio?”. E così è stato. Abbiamo iniziato in tre famiglie con tre bambini e un’educatrice; poi piano piano, nell’arco del primo anno, i bambini sono diventati cinque“.

 

Cosa fate esattamente nel vostro laboratorio?

“Noi adesso ci siamo standardizzati su dieci bambini in età da nido. Lo spazio al momento non permette di allargarci, anche perché un progetto educativo con più bambini sarebbe molto più difficile da portare avanti. Ogni bambino o bambina qui dentro ha una specificità, che si cerca di rispettare il più possibile. Ci sono bambini che hanno bisogno di più tempo per togliere il pannolino? Ok, non c’è fretta, non tutti devono raggiungere lo stesso livello di emancipazione contemporaneamente. E’ il bambino che ti indica la via, è un po’ questo il concetto che stiamo cercando di portare avanti. L’idea è quella di creare come un’officina che, attraverso la pratica e la partecipazione attiva di tutti i genitori, ognuno attraverso il contributo specifico che può portare, costruisca percorsi pensati per noi e i nostri bimbi. Lo spazio è pensato per accogliere diverse attività. Non ci sono delle strutture preordinate, per cui non c’è l’angolo dei giochi, l’angolo con la pappa ecc. Lo spazio viene rimesso in discussione ogni volta che si decide di fare un’attività. E’ uno spazio fluido che ruota intorno ai bisogni e alle attività del gruppo“.

Bruno01

In che senso è uno spazio fluido?

“La bellezza del progetto è che è aperto al quartiere. Di fatto è diventato un posto permeabile, fluido, liquido quasi. Nel senso che è un posto aperto sulla strada, gli amici passano a trovarci, i bambini crescono in un ambiente aperto, con una porta che è costantemente aperta a quei genitori, che avendo un lavoro autonomo, possono gestire autonomamente il proprio tempo. Capita spesso che dei genitori che hanno una giornata libera decidano di venire qui e portare un piccolo contributo, o uscire con i bimbi nel quartiere. A me, ad esempio, era capitato di voler fare un allattamento prolungato e quindi di stare qui tutto il periodo dell’inserimento, che è durato tanto quanto io e il mio bambino abbiamo desiderato. Insomma cose che all’interno di strutture consolidate non si potrebbero fare“.

 

Quali sono i ruoli all’interno del progetto? Voi genitori che ruolo ricoprite?

“Noi genitori siamo per lo più a supporto delle educatrici, ci siamo su tutto ciò che è il pensare insieme le attività che vogliamo sperimentare all’interno del laboratorio. Al progetto lavorano due educatrici che sono assunte dall’associazione e che si occupano del progetto. Emanuela si è formata proprio come educatrice, Samantha invece arriva dalla mediazione culturale, per lei questa è la prima esperienza con i bambini piccoli, però per me il suo contributo è stato molto importante perché il modo che ha di approcciarsi con i bimbi è molto interessante“.

 

Com’è il rapporto tra i genitori? Siete sempre d’accordo su tutto? Come funziona la gestione?

“Non è facile. E’ chiaro che si discute molto. Per questo cerchiamo di incontrarci spesso. Oggi, dopo la nostra chiacchierata, per esempio ci sarà il nostro incontro mensile. Ci incontriamo tutti una volta al mese, in un ambiente che è separato dal laboratorio, per fare un bilancio. Su questo noi ci affidiamo molto alla professionalità delle educatrici, che passano tutto il giorno con i bambini. Quindi sono loro a darci le linee guida, partendo ovviamente dall’osservazione delle specificità del gruppo“.