Christof Innerhofer, quando sulle piste lo sci è di moda

Gli sci ai piedi praticamente da sempre, una determinazione che scioglie la neve e le responsabilità figlie del successo. Questo e molto altro è Christof Innerhofer, classe 1984 e un palmarès già ricco di successi, che ha tutta l’intenzione di voler arricchire ulteriormente. Quanto è ripida la salita che porta a una medaglia olimpica? Come si concilia lo sport professionistico con la vita quotidiana?

 

Per dare risposta a queste domande ho deciso di contattare Christof, raggiungendolo telefonicamente durante uno dei suoi frequenti spostamenti tra palestra e pista.

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Oggi sei uno dei punti fermi dello sci italiano, ma non sono mancati i momenti difficili. Quali sacrifici hai dovuto fare e quali ostacoli hai dovuto superare per arrivare dove sei?

“Sicuramente non è stato sempre tutto facile, ma questa è stata anche la parte interessante, non scontata. Quando ho cominciato mi sono subito abituato ad essere fra i migliori, poi però sono arrivati anche i momenti difficili, quelli degli infortuni e delle difficoltà figlie dell’inesperienza. Tutto questo ha cementato la mia volontà e la mia passione, spingendomi ad alzare il mio livello”.

 

Quando hai capito che saresti diventato uno sportivo di livello mondiale?

“L’ho capito il secondo anno di Coppa del Mondo, quando in Val D’Iser ho fatto segnare il parziale migliore: in quel momento ho realizzato che, dando continuità alle mie prestazioni, sarei potuto diventare come il mio mito, Alberto Tomba”.

 

Come concili impegni e preparazione?

“L’anno è sempre pieno d’impegni e non c’è mai tempo per annoiarsi. Il 2014 è stato un anno estremamente duro, soprattutto per via delle Olimpiadi, che però mi hanno regalato delle gioie immense. Nel 2015 mi aspettano altrettanti impegni, se non di più, ma mi farò trovare pronto; mi aiutano molto i giri in bicicletta e le camminate in montagna, trovo che mi facciano molto bene”.

 

Hai vinto due medaglie a Soči 2014: qualche aneddoto?
“L’emozione più grande l’ho provata quando ho passato la linea del traguardo. Dopo aver vinto un oro mondiale il mio sogno era conquistare anche una medaglia olimpica, e mi sono subito reso conto che ci stavo riuscendo. Un atleta queste cose le sente. Un aneddoto vero e proprio potrebbe essere questo: il giorno prima della gara ho visto morire un cane d’infarto fuori dalla pista; ho pensato che la vigilia non era cominciata nel migliore dei modi, poi invece…”.

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Forse non tutti sanno che hai avuto un’esperienza lavorativa in un cantiere. Cosa ti ricordi di quel periodo?
“Mi ha fatto molto bene perché mi ha fatto capire cosa voleva dire guadagnarsi da vivere. Mi ha aperto gli occhi. E’ stata un’esperienza che mi ha spinto a migliorarmi anche nello sci, a capire le bellezze della mia disciplina, che mi permette di stare molto tempo immerso nella natura. Ha aumentato il mio senso di responsabilità. Per uno sciatore professionista d’estate non ci sarebbe stato tempo per andare in piscina con gli amici, avrei dovuto fare delle rinunce, ma è un prezzo che è naturale pagare. E poi il lavoro in cantiere ha anche irrobustito il mio fisico. Anche questo è stato molto importante”.

 

Quali sono i tuoi idoli?
“Oltre a Tomba mi piacevano i norvegesi Kjus e Aamodt, perché si facevano sempre trovare pronti negli appuntamenti importanti, anche se magari durante l’anno avevano fatto poco. Li apprezzavo molto”.

 

Cosa manca allo sci per diventare più mediatico?
“E’ una questione complessa, ma secondo me uno stimolo importante può essere dato dal marketing. Bisogna dare vita ad un evento correlato alla gara, che sia interessante soprattutto per i giovani: una volta finita la manifestazione sportiva comincia un altro tipo di evento che riempie la giornata, come succede in Austria e Svizzera. Infatti, generalmente, le nostre gare si concludono tra mezzogiorno e le due del pomeriggio, e a quel punto la gente, non sapendo più cosa fare, se ne va. Per evitare che questo succeda si potrebbero organizzare concerti, serate di gala, feste, per coinvolgere le persone e farle restare tutto il giorno, magari addirittura facendo passare loro sul posto l’intero weekend”.