Valeria Verdolini, la psiche dietro le sbarre

“Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione”. Con queste parole lo psichiatra e neurologo italiano Franco Basaglia, nel 1978, pose fine alla riforma dell’omonima legge (numero 180 del 13 Maggio 1978) in materia di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Una normativa che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio, ndr), ma che di fatto non cambiò le cose. Da quel momento, infatti, sul territorio nazionale nacquero gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), istituti del sistema penale italiano annoverabili tra le case di reclusione e adibiti al ricovero coattivo dei pazienti.

 

Una soluzione che non si rivelò mai tale e che nel corso degli anni attirò su di sé numerose critiche. Non per ultima quella emersa a seguito dell’indagine parlamentare effettuata dalla Commissione d’Inchiesta del Senato della Repubblica, guidata dall’allora senatore Ignazio Marino, che testimoniò le condizioni di degrado degli istituti e la forte carenza degli interventi sanitari che avevano spinto all’internamento. Una situazione che, il 17 gennaio 2012, portò la Commissione Giustizia ad approvare all’unanimità la chiusura definitiva degli OPG, che, proroga dopo proroga, è stata disposta definitivamente per il 31 marzo 2015.

 

 

A schierarsi in prima linea in questa battaglia è stata Antigone, un’associazione non governativa che dal 1991 si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. Per approfondire il percorso che ha portato alla chiusura degli OPG e capire meglio le soluzioni future, ho fatto due chiacchiere con Valeria Verdolini, sociologa del diritto presso l’Università degli Studi di Milano e Presidente dell’Associazione Antigone Lombardia.

 

Se volessimo descriverlo brevemente: cos’era un OPG?

“L’ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG) era il vecchio manicomio criminale. Ospitava persone che venivano condannate in seguito a un processo penale e che, oltre alla condanna, ricevevano una valutazione sullo stato psichico, che poteva essere coincidente con l’azione delittuosa (incapacità di intendere e di volere) o a latere (persone capaci di intendere e di volere, ma accompagnate da una forte patologia psichica). In tutti e due i casi ad essere presa in considerazione era la potenziale pericolosità del soggetto, nei confronti di sé stesso o degli altri. Il percorso prevedeva prima un’intercettazione del giudice, a seguito di un’azione criminale, poi, una volta riscontrata una forte problematica psichiatrica, scattava la detenzione nell’OPG. Con una peculiarità, però, rispetto agli altri percorsi: quando veniva data una misura detentiva minore o uguale a 5 anni, la reclusione poteva essere rinnovata di volta in volta dal magistrato o dallo psichiatra, raggiungendo durate di 20/30 anni anche per reati banali”.

 

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Perché si è arrivati alla loro chiusura?

“Le motivazioni sono tante. Una su tutte è legata ai trattamenti disumani a cui erano sottoposti i pazienti: la detenzione spesso avveniva tramite lacci o catene, anche perché operate da guardie penitenziarie, che si trovavano a dover gestire queste situazioni senza alcuna preparazione medico-sanitaria. Il Comitato europeo di Prevenzione della Tortura (CPT) aveva già segnalato che i trattamenti erogati negli OPG italiani fossero ai margini del degrado umano (Sentenza Torreggiani, ndr). Un altro problema era il sovraffollamento. E’ una criticità di tutte le strutture penitenziarie, che inevitabilmente ha colpito anche gli OPG: nei primi anni 2000, con la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Legge ex-Cirielli sulla recidiva e la Fini- Giovanardi sull’inasprimento delle sanzioni per produzione e traffico di stupefacenti cambiò la popolazione penitenziaria. La maggior parte erano stranieri, che, per motivi strutturali, non potevano accedere a misure alternative. Si era creato un vero e proprio circuito della canaglia: più persone in carcere per più tempo. La situazione era drammatica. Negli OPG, per far fronte a queste problematiche, prima della chiusura si sono adottati dei correttivi. Prima è stato limitato l’accesso alle forme di disagio più lieve e ai disturbi leggeri della personalità, poi, dal 2014, si è impedito che il rinnovo della durata della pena superasse il doppio della pena prevista”.

 

Una volta chiusi gli OPG, quale soluzione è stata adottata per accogliere i pazienti detenuti?

“La struttura dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è stata superata e sostituita dalle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Queste strutture sono state organizzate su base regionale, facendo il conto del numero di utenti che ciascuna regione aveva all’interno degli OPG. La novità più grande è che all’interno delle REMS il rapporto tra medico/ospiti, psichiatri e operatori è di 1:3 e la struttura non può ospitare più di 25 persone. E’ una custodia che assomiglia più a una Casa Famiglia piuttosto che a un ospedale”.

 

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L’utilizzo degli psicofarmaci all’interno degli OPG ha compromesso irrimediabilmente la psiche dei pazienti?

“Il 60% delle persone che entravano negli OPG erano persone che erano già state prese in carico dai servizi sociali. Prima di compiere il reato, gli era già stato diagnosticato un problema psichiatrico. La struttura prevedeva un percorso che avrebbe portato a una riduzione della pericolosità del soggetto attraverso una compensazione farmacologica. La questione non è relativa a come venisse affrontato il percorso all’interno delle strutture, ma se le strutture stesse, con le loro condizioni disumane, i loro problemi e il taglio netto con la realtà esterna fossero il posto giusto dove combattere questi disturbi. Ovviamente c’era il problema del dopo: chi rimaneva senza casa, senza famiglia, senza sostegno e non aveva mai lavorato era rimasto senza un luogo in cui andare”.

 

Lei ha mai visitato un OPG?

“Sono stata a Castiglione delle Stiviere e mi ha fatto uno strano effetto. E’ inevitabile notare lo scollamento tra le forme di regressione all’infanzia che assumono le persone presenti e il loro percorso personale. A Castiglione erano abbastanza liberi, non c’era un ambiente restrittivo, ma c’erano comunque stanze di contenzione. Non si riesce mai ad avere una percezione piena di questa realtà”.

 

Prima i manicomi criminali, poi gli OPG, ora le REMS. C’è il rischio che si finisca ancora a fare i soliti errori?

“Il cambiamento si percepisce. La Lombardia, per esempio, ha deciso di costruire una REMS nel parco dell’OPG di Castiglione delle Stiviere per poter utilizzare il teatro e la piscina. Certo la preoccupazione c’è. Nelle altre regioni, infatti, la presenza costante di sbarre e guardie fa un po’ più paura. Funzionerà? Non possiamo saperlo. La fretta per un percorso (quello delle REMS) che deve cominciare e il fatto che ci sia una fetta di popolazione che ha vissuto negli OPG e che non è pronta per questo cambiamento ovviamente è un’incognita. Stiamo vivendo un momento molto importante e necessario, da cui non si torna indietro. I problemi ci saranno qualora il cambiamento dovesse rivelarsi meno efficace di quanto ci si immagina”.

 

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Lei è presidente dell’Associazione Antigone Lombardia. Qual è il vostro lavoro e qual è la vostra posizione circa queste nuove soluzioni?

“Antigone è un’associazione fondata alla fine degli Anni ’90 da un gruppo di professori e docenti, che si occupa di diritti delle persone e privazione delle libertà. Oggi è una realtà sviluppata in tutta Italia, con sedi a livello locale e regionale, con una forte presenza di osservatori sulle condizioni di detenzione nelle carceri nazionali. Dietro c’è un monitoraggio costante delle strutture e una raccolta dati sulla detenzione che si affianca alla campagna di sensibilizzazione a livello di società civile. La nostra opinione sulle REMS è che è un percorso che va monitorato. E’ il primo passo di un obiettivo ben più ampio. Sicuramente quello che c’era prima era peggio. Vediamo, indietro non si torna”.

 

Passiamo ora ai tuoi Twig. Quali persone hai deciso di segnalarci?

“Vi segnalo innanzitutto la storia di Alessandro Masserdotti, che ha fondato Dotdotdot, uno studio multidisciplinare che fonde arte, architettura, allestimento e design contaminandoli con le nuove tecnologie e i nuovi media. La seconda storia, invece, è quella di Luce Bonzano, di Studio Incipit, uno studio formato da professionisti del settore legale e terapeutico che offrono le proprie competenze a 360 gradi, garantendo un servizio globale alla persona. Infine, vi invito a fare due chiacchiere con Bertram Niessen, docente, autore e ricercatore che ha fondato Che Fare, uno spazio che permette alle associazioni e alle imprese profit e no profit di sviluppare il proprio obiettivo, dando vita a collaborazioni e attivando network”.

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