Giusy Versace, la disabilità è negli occhi di chi guarda

“Non è più una discussione sul superamento di un difetto. E’ una discussione sul miglioramento. E’ una discussione sul potenziale. Una protesi ad un arto non rappresenta più il bisogno di rimpiazzare una perdita. Può simboleggiare che chi la indossa ha il potere di creare qualsiasi cosa voglia in quello spazio“. Queste le parole di Aimee Mullins, atleta paralimpica, attrice e modella statunitense, che durante una famosa conferenza organizzata da TED, parla delle sue protesi alle gambe – ne ha una dozzina di paia – e delle potenzialità che queste le conferiscono a seconda delle diverse occasioni: velocità, bellezza e fino a 15 centimetri in più di altezza. Ascoltando il suo discorso mi è venuta voglia di scoprire qualcosa di più riguardo al tema della disabilità. Per questo motivo ho deciso di contattare Giusy Versace, campionessa paralimpica italiana e conduttrice de “La domenica sportiva”, che grazie alla sua determinazione è riuscita ad affrontare tantissime sfide, come ad esempio partecipare e vincere l’ultima edizione del programma televisivo “Ballando con le stelle”. Abbiamo avuto modo di fare una bella chiacchierata mentre lei era in macchina di ritorno dal campo di allenamento (vista l’agenda fittissima, questi sono praticamente gli unici momenti in cui Giusy riesce a rilasciare interviste, ndr).

 

Solitamente la disabilità viene quasi esclusivamente associata a un deficit. Per te cosa significa essere disabili?

“Sicuramente la disabilità rappresenta un problema. E’ una mancanza da un lato, dall’altro può essere una risorsa; dipende come uno la vive, come cerca di interpretarla. Penso che nella vita le cose si possano guardare da più prospettive. Io ho cercato di guardare alla disabilità come a una nuova opportunità di vita. E’ vero che oggi mi mancano le gambe però è anche vero che riesco a fare tantissime cose, la testa mi funziona anche meglio di prima, il cuore continua a battere e ad amare. Non sempre riusciamo a cogliere la differenza tra chi nasce disabile e chi, a causa di incidenti o altre situazioni, lo diventa nel corso della vita. In questi anni ho conosciuto diverse persone venute al mondo con un handicap, che mi hanno aperto un mondo e mi hanno spiazzato per la loro serenità e per il loro entusiasmo. Una volta una di queste mi disse: “Io sono molto più fortunata di te perché non conosco il dolore, non conosco la differenza che si ha con un prima e un dopo. Io sono contenta così. Per me questa è la normalità “. Sentirmi dire queste cose mi ha fatto capire che la disabilità sta negli occhi di chi guarda. Il mio scopo è farlo capire anche agli altri, a quelli che non vivono la disabilità”.

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Com’è stato il primo impatto con lo specchio dopo l’incidente? 

“Terribile! Per le donne probabilmente è sempre più forte lo shock, perché forse scatta quel senso di vanità femminile. Le gambe sono un po’ il simbolo della femminilità. Le donne ci giocano con le gambe, mettono i collant colorati, le minigonne. Io ad esempio ero una fanatica dei tacchi. Dopo l’incidente mi ha fatto male aprire l’armadio e trovare cose che non avrei più potuto mettere. Mi ha fatto impressione invece specchiarmi. Quando ero in ospedale mi sono vista amputata fin da subito, anche perché i medici mi obbligavano a mettermi la pomata e a lavarmi da sola. Quindi ero abituata a vedermi così; però vedere la mia immagine riflessa nello specchio, con una forma nuova, sulla sedia a rotelle, con le gambe monche, mi ha impressionato parecchio”.

 

Qual è il tuo rapporto con le protesi? So, ad esempio, che ti sei fatta fare delle protesi più carine per il mare…

“Ma certo (ride, ndr)! A me piace molto scherzare su queste cose, alla fine se uno non è ironico, non vive più. Ho un paio di gambe per ogni occasione. C’è chi cambia le scarpe a seconda di dove deve andare, io cambio le gambe. Per correre ne ho un paio, per andare al mare un altro e così via. Io d’estate divento nera come il cioccolato fondente e con le gambe bianche non potevo vedermi. Quindi me le sono fatte fare abbronzate con un rivestimento estetico in silicone, ovviamente depilate (perché devi sapere che c’è qualche uomo che si fa mettere i peli) e infine mi sono fatta fare le unghiette col french. Poi ovviamente si vede che son gambe finte, ma io me ne frego”.

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Forse sembra strano dirlo, ma l’incidente, pur avendoti portato via le gambe, ti ha dato nuove possibilità.

“Io dopo aver perso le gambe ho fatto tantissime cose che probabilmente senza l’incidente non avrei mai fatto. Prima ero una donna completamente dedicata alla carriera. Figurati, non avevo minimamente intenzione di mettermi a correre. Avevo le gambe e le usavo il minimo indispensabile per muovermi. Ero una sportiva come tanti, giocavo ogni tanto a tennis, facevo spinning, cose che oggi non posso più fare, però ora mi sono messa a correre. Il paradosso è che ho imparato ad amare la corsa dopo aver perso le gambe. Nelle ultime due pagine del mio libro ho scritto ciò che ho imparato da questa esperienza. Oggi sono consapevole del fatto che forse non mi sarebbe bastata una vita intera per apprendere tutte quelle cose che ho imparato dopo l’incidente. Paradossalmente oggi, se pur con due gambe in meno, mi sento molto più ricca e se dovessi avere una bacchetta magica e un solo desiderio da esprimere, di sicuro non sarebbe quello di riavere le gambe”.

 

Effettivamente l’aver intrapreso la carriera sportiva dopo l’incidente potrebbe sembrare un paradosso. Cos’è scattato nella tua testa?

“Io ormai mi sono “milanesizzata”, perché vivo a Milano da diciassette anni, però sono di sangue calabrese e quindi quando uno mi dice “no”, io mi impunto e lo faccio. Sono una perfezionista, se decido di fare una cosa la devo fare per bene altrimenti non la faccio. Nella corsa è stata una sfida. Con tutti che dicevano: “Ormai hai trent’anni, lascia perdere; non hai il corpo da atleta; non l’hai mai fatto prima”. Più dicevano di “no”, più io mi impegnavo. Lo facevo per ripicca. Non pensavo che ci avrei preso gusto. Per il ballo è stata più o meno la stessa cosa”.