Gabriele Del Grande, l’altra faccia dell’immigrazione

[FOTOINTERVISTA]
Negli ultimi mesi non si è parlato d’altro. Non troverete talk show, social network o fermata dell’autobus dove non si sia parlato di immigrazione. Ormai i migranti, insieme alle loro peripezie lungo il Mediterraneo e dentro al nostro paese, sono sulla bocca di tutti. Tante le possibili soluzioni proposte: dalle ruspe alla libera circolazione, dai bombardamenti ai soccorsi lungo le rotte del Mediterraneo. Tra tutte queste voci però ce n’è stata una che più di altre ha catturato la mia attenzione, e non solo la mia. Sto parlando di Gabriele Del Grande, esperto di migrazioni, giornalista, nonché regista del tanto discusso film “Io sto con la sposa”, arrivato tra i cinque documentari finalisti del 2015 al David di Donatello. Ho deciso quindi di incontrarlo per capire meglio le sue idee rispetto a questo spinoso tema. Gli ho proposto dieci fotografie significative che toccano rispettivamente dieci tematiche relative all’immigrazione, chiedendogli di fornirmi un commento, un pensiero relativo a ciò che quella foto avrebbe suscitato in lui. Quello che segue è il resoconto del nostro incontro, del pensiero di Gabriele, frutto della sua esperienza diretta a contatto con i protagonisti di questa realtà.

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“Nei quotidiani spesso troviamo tutto tranne la critica e l’analisi del dato reale. Mi sembra di poter individuare un disegno ricorrente in cui, da una parte ci sono i mercanti di esseri umani, una di quelle definizioni accattivanti tipiche dei giornalisti, dall’altra i migranti, che sono le povere vittime ingenue. Oltre questa contrapposizione si scorge l’Europa dei soccorsi, i buoni che vanno in aiuto dei più deboli. In tutto questo viene semplicemente rimosso il problema: perché questi individui non arrivano in aereo? Perché questa gente in ambasciata non riesce a ottenere dei visti? Queste persone che annegano in mare, non muoiono sognando l’Europa, muoiono dopo aver avuto un diniego. Noi andiamo a salvare delle persone a cui abbiamo prima negato il visto. Metà di loro ha a casa un faldone dell’ambasciata con una risposta negativa alla richiesta del visto. Questo è un problema politico, e sull’Europa pesa una grave responsabilità politica. Spesso sui giornali leggiamo la classica frase: “Fuggono dalla fame e dalla disperazione”. Non fuggono dalla disperazione, vengono a cercare un obiettivo. Non è l’Africa che si sposta, sono 200.000 soggetti, che per un motivo soggettivo sognano l’Europa, esattamente come tanti italiani sognano in modo altrettanto illogico di andare in Australia o da qualsiasi altra parte del mondo“.

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“In questo momento storico l’Europa ha deciso che l’Africa non deve muoversi, non vogliamo che dal continente africano la gente si sposti verso i nostri territori. Dico Africa perché invece verso altre parti del mondo l’Europa ha optato per la libera circolazione, ottenendo risultati positivi: Albania, Romania, Ucraina ecc. Attualmente il monopolio della mobilità dall’Africa verso l’Europa è nelle mani dei contrabbandieri. Il contrabbando semplicemente risponde a una regola di mercato: a una domanda segue un’offerta. Se anche si arrestassero tutti, se un domani la Libia collaborasse, cosa infattibile oggi tra l’altro, il giorno dopo spunterebbe qualcun altro, in Tunisia, in Egitto o da qualche altra parte. E’ un business, c’è una domanda, e sulla domanda qualcuno l’offerta la tira fuori. Sono troppi gli interessi in ballo“.

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“Negli ultimi anni la situazione è un po’ cambiata ma fino a 10 anni fa dalla Libia partivano prevalentemente tunisini, egiziani e marocchini, i quali arrivavano a Tripoli in aereo o in autobus. Oggi invece tanta gente arriva così, soprattutto dall’Eritrea e dal Corno d’Africa. Vorrei un po’ smontare anche la mitologia del deserto. Noi abbiamo questo mito del deserto, ci fa paura perché non lo conosciamo, ma molta gente si sposta normalmente su queste strade. In Niger a un certo punto finisce l’asfalto e iniziano questi percorsi nel deserto; se ti vuoi spostare devi passare da lì, non c’è nulla di drammatico, sono delle piste che vengono battute abitualmente. Il problema è che quando a viaggiare sono le persone del posto è tutto più sicuro, se muore qualcuno vengono a cercarti; quando invece su quelle strade batte il contrabbando è tutto più sporco. Lì sono soldi, non sono persone, sono dei corpi con dei soldi in tasca. Il deserto fa un sacco di morti, forse anche più del mare, nessuno lo sa. Se parli con la gente che ha fatto il viaggio, non ce n’è uno che non ti racconti di qualche morto nel deserto”.

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“Adesso in Europa si sta costruendo un muro in Bulgaria, al confine con la Turchia. Centosessanta chilometri di barriere per fermare gli immigrati. Si dice che servono a fermare l’immigrazione, in realtà secondo me servono solo a definire un nemico e quindi a creare consenso. Sono vent’anni che vediamo queste politiche di muri e non hanno mai portato risultati.  Sono solamente delle barriere, ciò significa che tu rendi un po’ più difficile il passaggio. E’ una grande menzogna, nella quale secondo me i politici credono veramente. L’esperienza però dimostra che chiusa una porta si apre una finestra. L’idea che un muro possa fermare queste cose è allucinante. Certe cose non si possono bloccare. Viaggiare è qualcosa di naturale, spostarsi è nel DNA dell’uomo. Politicamente in Europa la scelta è questa. C’è da dire però che dall’altra parte c’è il vuoto politico. Se l’Africa subisce queste politiche è perché è rappresentata da politici che fanno pena. E’ scandaloso il fatto che dopo la strage del 18 aprile scorso nel canale di Sicilia con più di settecento morti, non si sia presentato nessun ambasciatore africano a Lampedusa. Non è un caso quindi che l’Africa sia la grande esclusa dalle frontiere europee, è il continente dove ci sono i governi più corrotti del mondo in questo momento storico“.

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“Un giorno a Lampedusa ci faranno un museo. Come in America c’è Ellis Island, quando questi sbarchi finiranno, a Lampedusa verranno i figli, i nipoti di questa gente, a cercare negli archivi le impronte digitali, la fototessera dei padri e dei nonni. Qui si sta facendo la storia, ma non si coglie la gravità di quello che sta accadendo. Il problema è che il colonialismo non è ancora finito. Se questi morti in mare fossero americani o tedeschi  ci porremmo il problema. Capiremmo di avere delle leggi che hanno bloccato la mobilità in alcuni paesi. Capiremmo che la richiesta è talmente forte che la gente è disposta a violare quelle leggi.  E’ una disobbedienza civile. Sono persone che deliberatamente decidono di disubbidire a una legge e lo fanno in modo non violento, salgono su una barca e continuano a seguire il loro diritto a cercare un miglior salario, una vita migliore. Se fossero tedeschi ci porremmo il problema; siccome a morire non sono tedeschi, bensì arabi, neri e musulmani, non ce ne importa niente, le loro vite non hanno valore. Questo è il vero dramma. Non soltanto non siamo uguali da vivi, non siamo uguali nemmeno da morti. Non riconosciamo che c’è una forte richiesta di diritti, come fossero delle manifestazioni, come se ci fosse un corteo di 200.000 persone che ogni anno passa davanti a Lampedusa“.